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07 luglio 2009

What I Believe, by J. G. Ballard

I believe in the power of the imagination to remake the world, to release the truth within us, to hold back the night, to transcend death, to charm motorways, to ingratiate ourselves with birds, to enlist the confidences of madmen.

I believe in my own obsessions, in the beauty of the car crash, in the peace of the submerged forest, in the excitements of the deserted holiday beach, in the elegance of automobile graveyards, in the mystery of multi-storey car parks, in the poetry of abandoned hotels.

I believe in the forgotten runways of Wake Island, pointing towards the Pacifics of our imaginations.

I believe in the mysterious beauty of Margaret Thatcher, in the arch of her nostrils and the sheen on her lower lip; in the melancholy of wounded Argentine conscripts; in the haunted smiles of filling station personnel; in my dream of Margaret Thatcher caressed by that young Argentine soldier in a forgotten motel watched by a tubercular filling station attendant.

I believe in the beauty of all women, in the treachery of their imaginations, so close to my heart; in the junction of their disenchanted bodies with the enchanted chromium rails of supermarket counters; in their warm tolerance of my perversions.

I believe in the death of tomorrow, in the exhaustion of time, in our search for a new time within the smiles of auto-route waitresses and the tired eyes of air-traffic controllers at out-of-season airports.

I believe in the genital organs of great men and women, in the body postures of Ronald Reagan, Margaret Thatcher and Princess Di, in the sweet odors emanating from their lips as they regard the cameras of the entire world.

I believe in madness, in the truth of the inexplicable, in the common sense of stones, in the lunacy of flowers, in the disease stored up for the human race by the Apollo astronauts.

I believe in nothing.

I believe in Max Ernst, Delvaux, Dali, Titian, Goya, Leonardo, Vermeer, Chirico, Magritte, Redon, Duerer, Tanguy, the Facteur Cheval, the Watts Towers, Boecklin, Francis Bacon, and all the invisible artists within the psychiatric institutions of the planet.

I believe in the impossibility of existence, in the humor of mountains, in the absurdity of electromagnetism, in the farce of geometry, in the cruelty of arithmetic, in the murderous intent of logic.

I believe in adolescent women, in their corruption by their own leg stances, in the purity of their disheveled bodies, in the traces of their pudenda left in the bathrooms of shabby motels.

I believe in flight, in the beauty of the wing, and in the beauty of everything that has ever flown, in the stone thrown by a small child that carries with it the wisdom of statesmen and midwives.

I believe in the gentleness of the surgeon’s knife, in the limitless geometry of the cinema screen, in the hidden universe within supermarkets, in the loneliness of the sun, in the garrulousness of planets, in the repetitiveness or ourselves, in the inexistence of the universe and the boredom of the atom.

I believe in the light cast by video-recorders in department store windows, in the messianic insights of the radiator grilles of showroom automobiles, in the elegance of the oil stains on the engine nacelles of 747s parked on airport tarmacs.

I believe in the non-existence of the past, in the death of the future, and the infinite possibilities of the present.

I believe in the derangement of the senses: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

I believe in the designers of the Pyramids, the Empire State Building, the Berlin Fuehrerbunker, the Wake Island runways.

I believe in the body odors of Princess Di.

I believe in the next five minutes.

I believe in the history of my feet.

I believe in migraines, the boredom of afternoons, the fear of calendars, the treachery of clocks.

I believe in anxiety, psychosis and despair.

I believe in the perversions, in the infatuations with trees, princesses, prime ministers, derelict filling stations (more beautiful than the Taj Mahal), clouds and birds.

I believe in the death of the emotions and the triumph of the imagination.

I believe in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.

I believe in alcoholism, venereal disease, fever and exhaustion. I believe in pain. I believe in despair. I believe in all children.

I believe in maps, diagrams, codes, chess-games, puzzles, airline timetables, airport indicator signs. I believe all excuses.

I believe all reasons.

I believe all hallucinations.

I believe all anger.

I believe all mythologies, memories, lies, fantasies, evasions.

I believe in the mystery and melancholy of a hand, in the kindness of trees, in the wisdom of light.

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21 giugno 2009

F. Stella, Vita e gite

F. Stella, Vita e gite

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28 aprile 2009

Dialogo di «V» con la giustizia

Il film “V for Vendetta” ha banalizzato (e parecchio) la storia originale; il film ne esce bene solo perché la qualità di partenza era tanto elevata che anche stroncandola senza pietà ne rimaneva abbastanza.
Quello che segue viene dal fumetto, dalla prima traduzione italiana (inserti su Corto Maltese), ed è il monologo di V con la statua della Giustizia, che farà poi saltare in aria.
Dal capitolo 5, “Versioni”…


Salve, cara signora. Bella serata, vero?

Mi perdoni l'impertinenza, forse intendeva fare due passi.
Oppure si stava godendo il panorama.
In ogni caso mi sembrava ora che io e lei scambiassimo due parole.

Ah, dimenticavo… non ci siamo presentati.
Non ho un nome, può chiamarmi V.
Signora giustizia… V.
V… Signora giustizia.
Salve, signora giustizia.
“Buona sera, V”.

Ecco, ora ci conosciamo.
Per la verità l'ho ammirata a lungo.
Oh, lo so a cosa sta pensando…

“Questo povero ragazzo si è preso una cotta adolescenziale per me.”
Mi scusi, signora, ma le cose stanno diversamente.

Sì, l’ho ammirata a lungo, anche se solo da lontano… Quand’ero bambino la guardavo dalla strada di sotto.
“Chi è quella signora?”, dicevo a mio padre.
E lui, “È la signora giustizia”, e io, “Come è bella!”

La prego, non creda che fosse solo un fatto fisico. Lo so che lei non è quel tipo di ragazza.
No, l'amavo come persona, come ideale.
Ne è passato di tempo, e purtroppo ora c’è un’altra.

“Cosa? Vergogna, V, mi hai tradito per una sgualdrinella, una gattina vanitosa con le labbra dipinte e un sorriso sfacciato!”

Io, signora? Mi consenta di contraddirla.
È stata la sua infedeltà a gettarmi tra le sue braccia.

Sorpresa, eh? Credeva che non sapessi della sua tresca, vero?
E invece lo so, so tutto.
Francamente quando l’ho scoperto non mi ha sorpreso, lei ha sempre avuto un debole per le uniformi…

“Uniformi? Non so di cosa stai parlando! Per me sei sempre stato il solo, V…”
Bugiarda! Puttana! Osi negare di esserti data a lui, con i suoi gagliardetti e i suoi stivali?

Che c’è, non parli?
Lo sapevo…

Bene, ora sei finalmente smascherata.
Non sei più la mia giustizia, sei la sua giustizia, hai cambiato amante.
Ma sappi che anch'io ho fatto lo stesso!
“Sob! Sniff! Chi… Chi è, V? Come si chiama?”
Si chiama Anarchia, e come amante mi ha insegnato ben più di te.

Lei mi ha insegnato che la giustizia non ha senso senza la libertà.
Lei è onesta, non promette e non delude… A differenza di te, fedifraga.
Un tempo mi domandavo perché non mi guardassi mai negli occhi.
Adesso lo so.

E dunque addio, cara signora.
Ancor oggi il nostro commiato mi peserebbe, se tu fossi ancora la donna che un tempo amavo.

Ecco un ultimo dono, lo lascio ai tuoi piedi.


Il dono è una scatola a forma di cuore, con un nastro rosso. Contiene la bomba, che esplode mandando in pezzi la statua ed il palazzo di Giustizia.

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17 aprile 2009

The world according to Americans...

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27 marzo 2009

Testamento biologico

Lui: "Cara, non lasciare mai che io viva in stato vegetativo, dipendendo completamente da una macchinario, alimentato artificialmente.
Se mi dovessi trovare in una simile situazione te ne prego... spegni gli apparati che mi tengono in vita!"

Lei si alza, spegne la televisione, spegne il computer, mette via la birra e la Coca.

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24 marzo 2009

Libertà è partecipazione…

In un recente articolo su repubblica.it ho infine trovato qualcosa di utile… l’acqua calda, ora posso lavarmi le mani con comodo.

Non siamo una repubblica delle banane, siamo la Repubblica delle Veline.

Ora possono infervorarsi e discutere, vincere e perdere, senza doversi mai preoccupare di contenuti o di argomenti.
Il tifo calcistico è la partecipazione media, e con il televoto finalmente raggiunge il suo culmine: televoto ed SMS, tra letterine sculettanti e reality sempre più insulsi, soddisfano il bisogno di partecipazione degli italiani.

Sono le basi del qualunquismo, le basi del fascismo, che sopiscono il tarlo passivo armando di telecomando e presentano un risvolto inedito: si deve anche pagare, per partecipare a questa farsa.

Avevi ragione, Signor Gaber: Libertà è Partecipazione.
Ma chi partecipa a questo letamaio non sarà libero. Sarà uno stronzo come tanti.

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15 marzo 2009

Costruisciti da solo la tua opinione!

Costruisciti da solo la tua opinione!

Fornita già pronta in scatola in tutti i reality TV, da assemblare secondo il tuo particolare orientamento e con il supporto di un esperto online che ti spiegherà come la pensi!

Diventa anche tu uno di quelli che senza remore parla e giudica di Cogne, dell’immigrazione, della castrazione chimica e della barca di D’Alema. Non aver paura di dire la tua cazzata a testa alta, senza il vincolo di banalità come l’informazione, gli argomenti, la competenza, la coerenza o il senso etico.
In breve tempo, e senza faticose letture, sarai in grado di tenere banco in una serata tra amici o di spopolare in un gruppo online, stupirai tutti con la chiarezza delle tue opinioni così alla moda.

E con il primo fascicolo di «Costruisciti da solo la tua opinione» in omaggio l’immancabile evergreen per ogni discussione mondana: il cerchiobottismo!

- Edizioni del Bradipo

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10 ottobre 2008

Il gigantesco gioco di ruolo

Lo scambio diretto di cibi e manufatti è stato rimpiazzato da conchiglie, oggetti o metalli rari, che delle merci -frutto del lavoro- rappresentavano il controvalore; questo ha permesso ad un maniscalco di farsi la barba anche se il barbiere non aveva il cavallo.

Il sistema ha funzionato, abbastanza da smuovere l'interesse del capoccione di turno (spesso lo stregone); il suo contributo è stato dettare le regole, decidere quanto valgono le monete, quante conchiglie si scambiano con le punte di selce.

Evilution


L'inevitabile evoluzione delle convenzioni sociali ha portato alle monete, pezzi d'oro e d'argento la cui quantità è garantita dal sigillo (non serve pesarli), con le righette di lato che garantiscono che la moneta non è stata consumata per sottrarre metallo.

Le monete sono ancora le conchiglie, sono esse stesse oggetti di un metallo raro, un metallo a cui riconosciamo un valore intrinseco ma che non si mangia... è il nostro riconoscimento a conferire il valore, ovvero un controvalore. Con le monete d'oro e d'argento siamo ancora al primo livello di rappresentanza di controvalore, alle conchiglie il cui valore è la simulazione diretta del valore intrinseco (ovvero del cibo e del lavoro... il controvalore).

L'ulteriore passo è la carta moneta, con le monete di metallo vile.
La carta moneta è la dichiarazione del monarca che lui, per quel biglietto, è pronto a pagare il controvalore in oro. L'oro, non dimentichiamolo, vale solo finché accettiamo la convenzione che abbia un controvalore in lavoro e cibo; dobbiamo tenerlo a mente perché siamo tanto condizionati da essere tentati di attribuirgli un valore autonomo.
La rappresentanza diventa indiretta, siamo al secondo livello di involuzione della fiducia: il pezzo di carta rappresenta l'oro che rappresenta il valore effettivo.

Il sistema capitalistico mostra la sua sottigliezza: come ogni gioco di ruolo anche questo funziona solo finché tutti rispettano le regole.
Il gioco del Monopoli non prevede che qualcuno si freghi gli alberghi e li piazzi su Parco della Vittoria, eppure questo succede, nel Monopoli come nella vita reale.
Nella vita reale ci sono dei bulli che al tavolo del Monopoli non inviteresti mai, perché oltre a fregarsi gli alberghi ti spaccano la faccia se non gli fai tirare il dado due volte quando non gli piace, o ti impongono transazioni svantaggiose.

L'insieme delle regole di questo gigantesco Monopoli costituisce la civiltà.
Questa civiltà è una patina sottile, già abbiamo visto nei secoli scorsi come la carta moneta diventi carta straccia quando il tabellone traballa, per guerre o giocatori che non rispettano le regole.

La forza delle illusioni, l'illusione della forza.


È più o meno a questo punto che alza la voce il saputello del tavolo, o tempora o mores, reclamando a gran voce regole più severe.
Il bello è che tutti gli danno retta, anche se è ridicolo insistere proprio con la strategia che si è dimostrata fallimentare. Non lo fanno perché sono stupidi, lo fanno perché sperano con tutto il cuore che queste regole possano reggere. Vogliono crederci, come Fox Mulder.

Sotto queste regole cresce l'illusione di una civiltà consolidata, e l'allontanamento del capitalismo dalla realtà compie un ulteriore passo in avanti: il denaro (ormai carta e metallo vile) non rappresenta più il controvalore in oro, va a rappresentare la capacità di produzione di uno Stato, va a rappresentare la solvibilità dello stesso in beni e merci.
Il denaro diventa un debito, che si regge sulla parola dei grossi giocatori (gli stati e le banche). Niente più oro, siamo al terzo livello involutivo: il denaro rappresenta la promessa che uno stato possa far fronte con un valore rappresentante il controvalore effettivo.

Se prima il denaro valeva quanto la garanzia aurea, adesso vale quanto la reputazione stimata di produttività di uno Stato. Non esattamente un valore oggettivo...
In più il denaro, divenuto esso stesso merce, acquisisce valore perché c'è chi in quella reputazione crede. Il balletto dei media diventa economia, la rappresentazione della realtà sostituisce la stessa: decade la relazione effettiva tra il valore del simbolo (la valuta) ed il controvalore corrispondente. La maschera è caduta, ma nessuno vuole vederlo.

Da anni, ormai, gli Stati ricchi non sono più quelli che producono i beni... non sono quelli che forniscono il cibo, sono quelli che lo comprano con i loro pezzetti di carta, la cui forza è imposta con le armi, né più né meno. Un gigantesco sistema mafioso.

Gli Stati ricchi precipitano nel vortice del terziario.
Quante persone conoscete che producono davvero qualcosa? Quanti agricoltori? Quanti ciabattini, tessitori?
Siamo tutti immersi nei servizi e nei metalavori, quei lavori che esistono solo per soddisfare bisogni umani non primari, quei lavori che senza qualcuno che procura il cibo non permetterebbero alla razza umana di sopravvivere. Guardatevi intorno, contate quelli che effettivamente contribuiscono alla sopravvivenza animale della razza umana. E contate gli altri.

Il tradimento è anche interno: quei pezzi di carta non hanno un controvalore con un cambio fissato, di conseguenza il loro valore (che è il valore del nostro lavoro) può calare aldilà del nostro controllo.
Contrattiamo il nostro lavoro non più contro un bene, ma contro una promessa il cui valore è variabile. Ci svendiamo anche non volendo, dobbiamo sottostare alla truffa che va sotto il nome di "inflazione", di "libero mercato".
Non producendo beni ma terziario e servizi (o servizi per il terziario e via ricorsivamente), il nostro ruolo economico è quello di buyers, spendors, la moderna e meccanica realizzazione del consumatore.
Siamo ingranaggi di questa economia fittizia che vive il suo gioco di ruolo sulle spalle dei beni prodotti da una minoranza sfruttata (la quale, effettivamente, produce i beni primari).

La farsa delle illusioni.


Il vortice non ha una testa pensante, questa è la sua forza e rappresenta al tempo stesso la sua inevitabile dannazione, il suo precipitare nel grottesco.
La spinta involutiva compie un nuovo passo indietro, e la rappresentanza diviene ancora più indiretta ed aleatoria: è il momento della new economy.

I soldi stessi, simbolo di un simbolo di una promessa di valore, divengono irreali e vengono sostituiti dai numerelli su un estratto conto, cartaceo o elettronico.
Solo una incrollabile fede in questo gigantesco castello di convenzioni può farci sentire benestanti perché in una email c'è una cifra che dice che abbiamo tot soldi.
Non sappiamo se i soldi effettivamente ci sono, non sappiamo quanto valgono, non sappiamo se potremmo prelevarli (ormai tutte le transazioni ingenti sono indirette, rappresentative e virtuali come assegni o bonifici), e soprattutto se prelevandoli davvero varrebbero quello che è dichiarato.

Tutto funziona perché la fattura viene pagata elettronicamente, perché il lavoratore accetta questo pagamento virtuale, perché il supermercato accetta la carta di credito... perché tutti i giocatori ancora credono a questo castello di regole e convenzioni, ormai puramente astratto, e non vogliono porsi domande sul reale valore di quei numerelli.

Eppure lo sappiamo: non valgono niente, sono solo una patina sottile.
Convenzioni, percezioni.
Perché, accidenti, qualcuno di quelli che sfruttavamo ora sta alzando la testa.
Vendiamo anche a loro i servizi, abbiamo finito per credere che il gioco di ruolo fosse vero e che davvero potesse esistere un'economia che vive in assenza di beni primari, preoccupandosi solo del terziario, dei servizi, dei servizi al terziario, della pubblicità, dei DVD, dei palmari... senza che nessuno coltivasse il grano e le cipolle.

Basta vedere l'altalena dei prezzi dell'energia, che si altalena per motivi puramente commerciali (convenzioni) ed influenza anche il prezzo del pane; anche se oggi il pane in effetti costa infinitamente meno che anni fa, noi lo paghiamo di più.

Dietro al velo della biacca.


Ma soprattutto guardiamo all'Argentina, guardiamo al tracollo della sua economia.
In Argentina all'indomani del crollo dell'economia erano venuti meno... i numerelli.
Ma i numerelli sono la virtualizzazione del simbolo di un simbolo di una promessa di un controvalore, tripla astrazione, non sono essi stessi il valore.
In Argentina i campi non si sono inariditi.
Le vacche in Argentina non sono morte.
Nessuna peste ha decimato la popolazione argentina.
E allora che cavolo è successo?

Fermi tutti, che è successo all'economia argentina?
I bond argentini sono un problema finanziario, fanno parte di quell'economia irreale fatta di convenzioni... l'Argentina ha smesso di giocare secondo quelle regole che gli sono crollate addosso, i bond argentini non valgono nulla... ma il problema non è degli Argentini, loro hanno ancora il pane, hanno le vacche, hanno i campi, hanno le fabbriche.

E infatti gli argentini oggi se la passano bene, anche meglio di prima della crisi.
Abbastanza bene da scomparire dai media, come se non fossero mai esistiti, eppure durante la crisi se ne parlava ogni santo giorno... Ma è meglio che la gente non veda quel che segue alla crisi totale, il sistema si regge sulla stessa paura del proprio crollo.

E in Italia? Dopo il crollo che mangeremo per cena? La qualità del terziario?

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